«Inferenza Artificiale» — capire davvero l'Intelligenza Artificiale
Un piccolo libro per il CEM (Circolo Esperantista Milanese): che cosa fa (e cosa non fa) un modello come Claude, con la matematica essenziale, il vocabolario indispensabile e alcuni progetti in lingua internazionale.
Gli esperantisti hanno una vecchia familiarità con un'idea potente: che una struttura regolare, costruita dall'uomo, possa farci comunicare meglio. L'Intelligenza Artificiale è un'altra di queste strutture — solo che è fatta di numeri.
Questo libro nasce da una convinzione semplice: per usare bene l'AI non serve essere matematici, ma serve capire cosa accade sotto il cofano. Le sigle (LLM, MCP, token, prompt) intimidiscono finché restano parole magiche; diventano strumenti nel momento in cui se ne afferra il meccanismo. Il nostro filo conduttore è già nel titolo. Quella che chiamiamo «intelligenza» artificiale, a guardarla da vicino, è soprattutto inferenza: deduzione statistica a partire da esempi. Da qui il nome che dà il titolo al volume, artefarita inferencoEO — inferenza artificiale.
Useremo come esempio pratico e ricorrente Claude Opus 4.8 di Anthropic, nel contesto in cui dà il meglio — la programmazione — ma i concetti valgono per qualunque modello. E poiché scriviamo per il CEM, chiuderemo con due progetti che intrecciano AI ed Esperanto.
Cominciamo da una piccola provocazione: l'AI non è intelligente. Non nel senso in cui lo siamo noi. Quello che fa è inferire.
La parola «intelligenza» ci porta a immaginare comprensione, intenzioni, coscienza. Una rete neurale artificiale — artefarita neŭra retoEO, in inglese Artificial Neural Network, ANN — non possiede nulla di tutto ciò. Esegue un'operazione che la statistica conosce da oltre un secolo e che porta un nome preciso: inferenza. Inferire significa stimare qualcosa che non si conosce a partire da esempi che si conoscono. Se ho visto mille foto di gatti etichettate «gatto», posso inferire che la milleunesima, simile alle altre, sia ancora un gatto. Nessuna comprensione di che cosa sia un gatto: solo una stima di probabilità basata su regolarità.
Questo spostamento di prospettiva — da «macchina che pensa» a «macchina che stima» — non sminuisce l'AI. Al contrario, la rende comprensibile. Un modello come Claude prevede miliardi di volte la stessa cosa: dato ciò che è venuto finora, qual è la prosecuzione più probabile? La differenza tra un giocattolo e un sistema che aiuta a scrivere software sta tutta nella qualità di quella stima, e nel modo in cui è stata affinata.
Come si affina una stima? Misurando quanto si sbaglia e correggendosi. È il cuore matematico dell'apprendimento, e merita un capitolo a sé — con un laboratorio che potrai muovere con le dita.
Un modello impara cercando il punto in cui sbaglia di meno. Quel «quanto sbaglio» ha un nome — funzione di perdita — e una forma: una valle. Imparare significa scendere a fondo valle.
Immagina di voler tracciare la retta che meglio descrive una nuvola di punti (la classica regressione lineare). Ogni retta che provi commette un errore: la distanza fra ciò che la retta prevede e ciò che i dati dicono davvero. Sommando questi errori otteniamo un solo numero, la perdoEO — la perdita, in inglese loss. L'obiettivo dell'addestramento è renderla il più vicina possibile a zero.
Nella sua forma minima, per un singolo esempio con due caratteristiche in ingresso, la perdita si scrive così:
| Simbolo | Che cos'è |
|---|---|
| y | Il valore vero, quello che vorremmo indovinare (la risposta corretta dell'esempio). |
| x₁, x₂ | Le caratteristiche in ingresso (trajtojEO): i numeri che descrivono l'esempio. |
| w₁, w₂ | I pesi (pezojEO): quanto conta ciascuna caratteristica. Sono gli unici numeri che il modello può cambiare. |
| x₁w₁+x₂w₂ | La previsione del modello: ogni caratteristica moltiplicata per il suo peso, il tutto sommato. |
| (y − …) | Il residuo: di quanto abbiamo mancato il bersaglio. |
| (…)2 | Il quadrato: rende positivo ogni errore (sopra o sotto pari peso) e punisce di più gli sbagli grossi. È anche ciò che dà alla valle la sua forma liscia. |
Tradotta in parole: prendi la tua previsione, confrontala con la verità, eleva al quadrato lo scarto. Fai la media su tutti gli esempi e hai un unico numero che dice quanto il modello è bravo, oggi, con i pesi che ha. Cambia i pesi, cambia il numero. La domanda diventa geometrica: quali pesi rendono la perdita minima?
Se mettiamo su un grafico la perdita in funzione di un peso, otteniamo una curva a forma di scodella. In alto sui bordi: pesi pessimi, errore enorme. In fondo: il peso migliore, errore minimo. Il modello parte da un punto a caso e scende, un passetto alla volta, nella direzione di massima pendenza verso il basso. Questo metodo si chiama discesa del gradiente (gradienta malsupreniroEO). Il «gradiente» è semplicemente la pendenza: dice da che parte è la discesa e quanto è ripida.
Nel laboratorio qui sotto puoi vederlo accadere. A sinistra la nuvola di punti con la retta che si raddrizza; a destra la stessa storia vista come una pallina che rotola in fondo alla valle della perdita. Premi Allena e guarda le due cose muoversi insieme: sono lo stesso fenomeno.
I tre pulsanti del laboratorio cambiano dominio: gli stessi calcoli, dati diversi. Nota che la valle cambia forma e il fondo si sposta. È il punto cruciale da visualizzare: non esiste un'unica curva di perdita. Ogni compito — tradurre, riconoscere immagini, scrivere codice — vive in un suo paesaggio, con la sua valle e il suo minimo. Un modello reale non scende lungo una curva in due dimensioni, ma lungo una superficie in miliardi di dimensioni (un peso per ogni parametro). L'idea, però, è esattamente quella che hai appena toccato con il dito.
Prima dei computer, due uomini molto diversi immaginarono il neurone come un interruttore logico. Da quell'intuizione discende, in linea retta, tutto ciò che oggi chiamiamo rete neurale.
Nel 1943 il neurofisiologo Warren McCulloch e il giovane logico
autodidatta Walter Pitts pubblicarono un articolo dal titolo austero, A
Logical Calculus of the Ideas Immanent in Nervous Activity. La loro tesi: un neurone può
essere descritto come un'unità che riceve segnali, li somma pesandoli e «scatta»
(si attiva) soltanto se la somma supera una soglia. Tutto qui — ma è il primo
modello matematico del neurone, l'antenato diretto dei pesi w che hai visto
nel Capitolo 2.
Quel neurone elementare incarna, di fatto, tre momenti che ancora oggi descrivono ogni rete — uno schema che possiamo riassumere con la sigla FTI:
| FTI | Momento | Nel neurone del 1943 |
|---|---|---|
| F | Feature — caratteristica | I segnali in ingresso: ciò che il neurone «vede». |
| T | Transformation — trasformazione | La somma pesata degli ingressi e il confronto con la soglia. |
| I | Inference — inferenza | L'uscita: attivo / non attivo. La «decisione» stimata. |
È lo stesso ritmo che ritroviamo in Claude e in qualunque modello moderno: prendi dei dati (feature), trasformali attraverso strati di pesi (transformation), produci una stima (inference). Cambiano la scala — da un neurone a centinaia di miliardi — e la matematica della soglia (oggi più morbida e derivabile), non l'impianto concettuale.
La «retta che si raddrizza» del Capitolo 2 non l'ha inventata l'informatica. Ha quasi centocinquant'anni, e due padri vittoriani.
Se l'AI è inferenza, allora i suoi veri nonni sono gli statistici. Sir Francis Galton, nell'Inghilterra di fine Ottocento, studiando come la statura dei figli «tornasse verso la media» rispetto a quella dei genitori, coniò il termine destinato a una fortuna immensa: regressione. Quella linea che riassume una nuvola di punti — la retta di regressione — nasce lì.
Il suo allievo Karl Pearson diede alla cosa solide fondamenta matematiche. A lui dobbiamo il coefficiente di correlazione (la misura, fra −1 e +1, di quanto due grandezze si muovono insieme) e buona parte dell'apparato della statistica moderna; fondò perfino il primo dipartimento universitario di statistica. Galton intuì, Pearson formalizzò.
Tenere a mente questa genealogia è il miglior antidoto alla mitologia: dietro la parola luccicante «intelligenza artificiale» c'è una parentela rispettabile e antica di medie, scarti e correlazioni.
Un modello che «inventa» un dato falso con tono sicuro non si è rotto: sta facendo esattamente il suo mestiere. Capirne il perché ci vaccina contro le delusioni.
Abbiamo detto che un modello stima la prosecuzione più probabile. La parola chiave è probabile, non vera. Quando Claude genera una frase, sta campionando da una distribuzione appresa: sceglie parole che, nei suoi dati, seguivano bene parole simili. Quasi sempre «plausibile» coincide con «corretto». Ma quando i dati erano scarsi, contraddittori o assenti, il modello produce comunque qualcosa di fluente — e quel qualcosa può essere semplicemente falso. Questo è ciò che chiamiamo allucinazione (halucinoEO).
Due conseguenze importanti. La prima: l'allucinazione non è una bugia, perché non c'è intenzione di ingannare — non c'è nessuno dietro a volerlo. È un effetto collaterale dell'inferenza priva di un ancoraggio alla realtà. La seconda: si riduce dando al modello contesto vero al momento giusto. È precisamente il mestiere del protocollo MCP (Capitolo 6): collegare il modello a fonti reali — documenti, database, strumenti — così che non debba indovinare ciò che può leggere.
Cinque parole bastano a muoversi con sicurezza: chatbot e agenti, token, prompt e skills, MCP, maieutica. Le vediamo una per una.
Un chatbot è una finestra di dialogo: tu scrivi, il modello risponde, turno dopo turno. È conversazione. Un agente (agentoEO) è qualcosa di più: a un agente non fai domande, gli assegni un lavoro. L'agente pianifica i passi, usa strumenti (apre file, esegue codice, fa ricerche), verifica i risultati e torna con il compito svolto. La stessa «mente» statistica, due modi d'uso: rispondere oppure agire.
Con Opus 4.8 questa seconda modalità ha fatto un salto. In Claude Code, lo strumento per programmatori, una funzione chiamata Dynamic Workflows permette al modello di pianificare un compito complesso e poi delegarlo a centinaia di sotto-agenti in parallelo, verificando le uscite prima di consegnarle. Anthropic la descrive come capace di portare a termine migrazioni di codice su centinaia di migliaia di righe, dall'inizio fino all'integrazione finale. L'agente, qui, è un piccolo cantiere coordinato.
I modelli non leggono lettere né parole intere, ma token: frammenti di testo (una parola breve è spesso un token; una lunga si spezza in due o tre). Tutto si misura in token, e — aspetto pratico — tutto si paga in token. Si distinguono:
| Tipo | Che cos'è | Esempio |
|---|---|---|
| Input | I token che mandi al modello: la tua domanda, i documenti allegati, il contesto. | la tua richiesta + i file |
| Output | I token che il modello genera in risposta. | la risposta scritta |
L'output costa di più dell'input, perché generare è più oneroso che leggere. Per Claude Opus 4.8 il listino di riferimento (uso via interfaccia di programmazione) è di circa 5 dollari per milione di token in ingresso e 25 dollari per milione in uscita; esistono forti sconti riusando contesto già visto (prompt caching, fino al 90%) o elaborando a lotti (batch, 50%). Il modello dispone inoltre di una «memoria di lavoro» molto ampia — una finestra di contesto fino a un milione di token — entro cui può tenere insieme interi progetti.
Un prompt (instigoEO) è la richiesta che rivolgi al modello. Sembra banale, ma la qualità della risposta dipende moltissimo dalla qualità della domanda. Tre abitudini fanno la differenza: essere specifici (dire chi sei, cosa vuoi, in che formato), dare esempi di ciò che consideri buono o cattivo, e chiedere al modello di ragionare a passi quando il problema è complesso.
Le Skills (lertojEO — «abilità») sono il livello successivo: pacchetti di istruzioni e conoscenze, scritti una volta e riusati sempre. Invece di rispiegare ogni volta le regole della tua attività, le metti in una Skill e il modello le applica da solo quando servono. Puoi chiedere a Claude stesso di prepararti una Skill su misura: gli descrivi il tuo lavoro — le convenzioni, i formati, gli errori da evitare — e lui redige il documento che userà come guida nelle sessioni future. È il modo più semplice per trasformare un assistente generico in uno specialista del tuo mestiere.
Arriviamo al cuore. MCP — Model Context Protocol — è uno standard aperto introdotto da Anthropic nel novembre 2024. La sua idea è semplice e profonda: dare ai modelli un modo universale di collegarsi a dati e strumenti esterni. Lo si descrive spesso come una «presa USB-C per l'AI»: prima, ogni collegamento fra un modello e una sorgente richiedeva un adattatore su misura (il problema «N×M»); con MCP, ciascuno si conforma una volta allo standard e tutto diventa interoperabile («N+M»). È un'architettura client–server: il modello è il client, i tuoi dati e strumenti vivono dietro dei server MCP.
Per chi sviluppa — ed è il mio caso — MCP è ciò che rende possibile costruire soluzioni verticali: si sfrutta la potenza di ragionamento di Claude, ma la si guida dentro un quadro di regole proprio (un framework), così che il modello lavori dentro i binari della nostra applicazione invece di improvvisare. Non è più «l'AI che fa cose a caso»: è l'AI che esegue il nostro processo.
dtomes4-mcp,
che espone a Claude gli strumenti del progetto: può generare moduli software completi
rispettando le convenzioni del framework, ispezionare le maschere, e — punto chiave per noi
— produrre documentazione e archiviarla nel posto giusto. Claude non
«sa» il mio gestionale: glielo faccio leggere e manipolare attraverso MCP, dentro
regole che ho scritto io.
La documentazione generata segue due rami, con due scopi diversi:
| Ramo | Per chi | Dove vive | Come ci arriva |
|---|---|---|---|
| MLPivot (knowledge base) | Lo sviluppatore e Claude stesso: appunti tecnici, «skills», verbali di sessione. | Un archivio locale con ricerca full-text (database SQLite + FTS). | Lo strumento MCP archive_document salva e indicizza il testo. |
| MLPP (aiuto utente) | L'utente finale dentro l'applicazione: manuali e guide contestuali. | Un database PostgreSQL servito da un visualizzatore in-app. | Il testo passa da una «inbox», viene importato e diventa consultabile. |
La cosa elegante è che gli stessi contenuti, una volta prodotti, alimentano un prodotto a sé stante: MLPivot Pro, un'applicazione autonoma per la gestione documentale in contesti professionali. Combina la ricerca classica per parole (full-text) con la ricerca vettoriale (vektora serĈoEO): invece di cercare le parole esatte, cerca per significato, traducendo testi e domande in vettori numerici (gli embedding) e confrontandone la vicinanza. È il modo in cui un archivio smette di essere un cassetto e diventa qualcosa che «capisce» cosa stai cercando — sempre nel senso statistico che ormai conosciamo bene.
L'ultima parola non è tecnica ma socratica. Maieutica è l'arte di far emergere, con buone domande, ciò che è già in potenza. Con un modello funziona sorprendentemente bene, perché la «conversazione» non è chiacchiera: è il modo di costruire, passo dopo passo, il contesto giusto.
In pratica significa lavorare per iterazioni invece di pretendere il capolavoro al primo colpo. Si parte da una richiesta chiara, si guarda la prima bozza, si corregge il tiro («più breve», «con un esempio», «tono più formale»), si chiede al modello di mostrare il ragionamento dove conta, e — importante — gli si dice quando sbaglia. Il modello non si offende e non si stanca: ogni turno aggiunge contesto e restringe la valle di possibilità verso la risposta che vuoi. Chi tratta Claude come un oracolo da interrogare una volta ottiene poco; chi lo tratta come un collaboratore con cui ragionare a voce alta ottiene molto.
Tre sigle che spesso si confondono. In realtà sono cerchi concentrici: il più piccolo dentro il più grande.
Machine Learning (ML) — apprendimento automatico — è l'insieme più ampio: qualunque metodo che impara dai dati invece di seguire regole scritte a mano. Ne fanno parte la regressione lineare del Capitolo 2, gli alberi di decisione, e cento altre tecniche, molte delle quali non hanno nulla di «neurale».
Deep Learning (DL) — apprendimento profondo — è un sottoinsieme del ML: usa reti neurali con molti strati (da cui «profondo»). Più strati significa più trasformazioni in sequenza, e quindi la capacità di cogliere regolarità molto astratte. I grandi modelli linguistici, Claude compreso, sono DL.
Arriviamo così a Claude. Un LLM — Large Language Model, grande modello linguistico — è un caso particolare di Deep Learning: una rete neurale profonda addestrata su enormi quantità di testo con un compito tanto semplice quanto fecondo, prevedere il token successivo. È esattamente l'inferenza del Capitolo 1, ripetuta miliardi di volte: dato ciò che è venuto finora, qual è la prosecuzione più probabile? Da questo unico meccanismo emergono, come effetto della scala, le capacità che ci sorprendono: scrivere, tradurre, riassumere, programmare. Claude è un LLM.
Una precisazione utile, perché spesso si fa confusione: gli LLM più recenti sono anche multimodali, cioè oltre al testo trattano immagini e audio. Il trucco è sorprendentemente unitario: ogni modalità viene convertita nello stesso linguaggio interno fatto di vettori numerici. Un'immagine diventa una sequenza di numeri proprio come un testo; da quel punto in poi il modello non distingue più «parola» da «pixel», lavora su vettori e basta. È per questo che oggi puoi mostrare a Claude una foto e chiedergli di descriverla, o passargli un PDF e farti spiegare un grafico: dietro le quinte, tutto è ridotto alla stessa valuta.
| Sigla | Cosa include | Esempio tipico |
|---|---|---|
| ML | Tutto l'apprendimento dai dati | Stimare il prezzo di una casa |
| DL | ML con reti neurali profonde | Riconoscere il parlato |
| LLM | Modello DL addestrato sul linguaggio (prevede il token successivo) | Claude: scrivere, tradurre, programmare |
Esistono tre grandi pedagogie per le macchine. Cambiano a seconda di che cosa il modello riceve insieme agli esempi.
La prima è l'apprendimento supervisionato (kontrolata lernadoEO). Diamo al modello coppie domanda–risposta già corrette: migliaia di immagini etichettate «gatto» o «cane», oppure i punti del nostro Capitolo 2 con il loro valore vero. Il modello cerca i pesi che fanno coincidere le sue previsioni con le etichette. È come uno studente che studia su un libro con le soluzioni a fianco.
La seconda è l'apprendimento non supervisionato (nekontrolata lernadoEO). Qui non ci sono etichette: diamo solo i dati e chiediamo al modello di trovare struttura da solo — raggruppare clienti simili, scoprire temi ricorrenti, costruire quegli embedding che abbiamo incontrato nella ricerca vettoriale. È lo studente che, senza soluzioni, impara a riconoscere da sé le famiglie di problemi.
La terza è l'apprendimento per rinforzo (plifortiga lernadoEO). Niente risposte pronte, ma un premio o una penalità dopo ogni tentativo: come si addestra un cane, o come un programma impara a giocare a scacchi vincendo e perdendo migliaia di partite. È centrale per rifinire i modelli linguistici: dopo l'addestramento di base, persone (e altri modelli) valutano le risposte, e quel giudizio diventa il premio che orienta il comportamento — più utile, più onesto, meno dannoso.
| Metodo | Cosa riceve | Esempio pratico |
|---|---|---|
| Supervisionato | Esempi con la risposta giusta | Filtro antispam addestrato su email già classificate |
| Non supervisionato | Solo dati, nessuna etichetta | Segmentare i clienti in gruppi affini |
| Per rinforzo | Premi e penalità | Affinare le risposte di un assistente sulla base di giudizi |
Sono i due termini più abusati del momento. Distinguerli evita molti fraintendimenti — e qualche delusione.
L'IA generativa è ciò che abbiamo in mano oggi: sistemi che generano contenuti — testo, immagini, codice, audio — campionando dalle distribuzioni che hanno appreso. Claude è IA generativa. È potentissima entro i compiti per cui è stata addestrata, ma resta specializzata: non ha obiettivi propri né una comprensione del mondo che vada oltre le regolarità dei dati.
L'AGI — Artificial General Intelligence, intelligenza artificiale generale — è invece un'ipotesi: un sistema capace di apprendere e ragionare attraverso qualunque dominio al pari (o oltre) un essere umano, trasferendo competenze da un campo all'altro con la flessibilità che noi diamo per scontata. Non esiste. È un orizzonte di ricerca e di dibattito, non un prodotto sullo scaffale.
Se un modello è uno strumento potente e privo di coscienza, la responsabilità di renderlo sicuro è interamente nostra. È la premessa con cui nasce Anthropic.
Anthropic è un'azienda di ricerca fondata attorno a un'idea netta: costruire sistemi di AI utili, onesti e innocui, mettendo la sicurezza prima della corsa. Tre scelte concrete lo rendono visibile. La prima è la Constitutional AI: invece di affidare ogni giudizio a valutatori umani, si dà al modello una «costituzione» — un insieme esplicito di principi — e lo si addestra a criticare e correggere le proprie risposte alla luce di quei principi. I valori non sono nascosti nel codice: sono scritti, discutibili, migliorabili.
La seconda è la politica di scalata responsabile (Responsible Scaling Policy): man mano che i modelli diventano più capaci, crescono in parallelo le misure di sicurezza richieste prima di rilasciarli. Ne abbiamo un esempio vivo proprio in questi mesi: il modello sperimentale più avanzato, chiamato Mythos, è stato trattenuto dalla diffusione generale per via delle sue capacità in ambito cybersicurezza, in attesa di salvaguardie adeguate. La terza è l'onestà come obiettivo misurabile: la novità più sbandierata di Opus 4.8 non è la velocità, ma il fatto che ammetta più spesso i propri dubbi e affermi meno cose non verificate.
Il nostro esempio pratico, Claude Opus 4.8, dà il meglio nella programmazione. Ma lo stesso motore serve molti altri mestieri.
Anthropic descrive Opus 4.8 come il suo modello più capace tra quelli disponibili al pubblico, «alla frontiera» su programmazione, compiti agentici e lavoro di conoscenza. Nel codice ciò significa cose molto concrete: pianifica con cura, regge progetti lunghi dentro basi di codice grandi, e — dettaglio prezioso — si accorge dei propri errori, tanto che un ingegnere esperto può delegargli i compiti più difficili con ragionevole fiducia. Sui banchi di prova di settore (il benchmark SWE-bench Pro, che misura la soluzione di problemi reali di software) è passato da circa 64 a circa 69 su cento rispetto alla versione precedente; ma chi lo costruisce insiste più sull'onestà che sul punteggio: sbaglia meno e, quando dubita, lo dice.
Il salto vero, però, è agentico. Con Claude Code e la funzione Dynamic Workflows, il modello può affrontare migrazioni che attraversano centinaia di migliaia di righe, scomponendole fra molti sotto-agenti e verificando i risultati rispetto ai test esistenti. È il passaggio dal «suggeritore di righe» al «collaboratore di progetto».
Lo stesso modello, fuori dalla programmazione, lavora altrettanto bene su molti terreni:
| Settore | Cosa può fare | Avvertenza |
|---|---|---|
| Scrittura & documenti | Relazioni, presentazioni, fogli di calcolo, sintesi di testi lunghi. | Verifica sempre numeri e citazioni. |
| Disegno & design | Bozzetti di interfacce, illustrazioni vettoriali, iterazione visiva su una tela digitale. | Non riproduce opere o marchi protetti. |
| Medicina | Spiegare referti in parole semplici, riassumere letteratura, fare da supporto al ragionamento clinico. | Non è un medico: nessuna diagnosi, supporto e non sostituto. |
| Ricerca & analisi | Confrontare fonti, strutturare un'indagine, analizzare dati. | Le fonti vanno controllate; può allucinare. |
Il filo comune: Claude è eccellente come amplificatore di una competenza umana, rischioso come sostituto di un giudizio umano. Il valore non è «l'AI fa al posto mio», ma «l'AI mi fa arrivare prima e meglio, e io decido».
«AI» non è un'unica cosa. Conviene distinguere tre famiglie: chi costruisce i modelli, chi fornisce la cassetta degli attrezzi, e chi gestisce l'intera filiera. Solo la prima è fatta di veri LLM.
Un'osservazione utile da cui partire — il fatto che alcuni prodotti «integrano» l'AI senza essere veri modelli linguistici — è esattamente la chiave per leggere questo panorama. Mettiamo ordine.
OpenAI è un laboratorio di ricerca e prodotto: addestra grandi modelli (la famiglia GPT) e li offre via app e interfaccia di programmazione. È un concorrente diretto di Anthropic: qui il prodotto è il modello. Nella stessa famiglia stanno Anthropic (Claude) e pochi altri. Quando usi questi servizi, stai usando un LLM in presa diretta.
TensorFlow (di Google, dal 2015) non è un modello: è una libreria open source con cui i ricercatori costruiscono e addestrano reti neurali proprie. È il tornio, non l'oggetto tornito. Chi adopera TensorFlow fabbrica modelli; non «parla» con un'AI già pronta.
Qui sta la maggior parte della lista, ed è la categoria più fraintesa. Queste piattaforme non sono LLM: orchestrano il ciclo di vita di un modello — raccogliere i dati, addestrare, valutare, mettere in produzione, monitorare. Sono l'equivalente, per il machine learning, di ciò che il «DevOps» è per il software.
| Iniziativa | Di chi | Cosa propone |
|---|---|---|
| Michelangelo | Uber (2017) | Piattaforma interna «ML come servizio»: democratizza il machine learning in azienda, dall'addestramento al monitoraggio. Resa celebre dal suo feature store, con oltre diecimila caratteristiche riusabili. |
| FBLearner Flow | Meta / Facebook (2016) | La «spina dorsale» AI interna: pipeline riusabili che permettono anche a non specialisti di addestrare e mandare in produzione modelli su vasta scala. |
| Bighead | Airbnb | Piattaforma ML end-to-end pensata per rendere coerente e ripetibile il lavoro dei data scientist interni (con il proprio feature store, Zipline). |
| SageMaker | Amazon (AWS) | La versione commerciale della stessa idea: un servizio cloud che chiunque può affittare per costruire, addestrare e servire modelli senza gestire l'infrastruttura. |
| Databricks | Databricks Inc. | Piattaforma dati e analitica nata dai creatori di Apache Spark; con strumenti come MLflow unifica dati e ciclo di vita dei modelli (il «lakehouse»). |
Chiudiamo dove avevamo aperto: con la lingua internazionale. Due progetti mostrano come l'inferenza artificiale possa mettersi al servizio dell'Internacia lingvoEO.
L'idea è semplice e felice: un piccolo robot che dialoga in Esperanto, sa scrivere ciò che gli si chiede e sa anche disegnare. Sotto il cofano non c'è nulla di magico, ma proprio gli ingredienti di questo libro. Un modello linguistico (Capitolo 7), oggi multimodale, si occupa di comprendere e produrre lingua; la sintesi vocale dà voce all'uscita e il riconoscimento vocale raccoglie l'ingresso; un modulo di disegno traduce le richieste in tratti o immagini. Il tutto tenuto insieme — ed è il punto — da un framework guidato via MCP, perché il robot non improvvisi ma segua un comportamento previsto.
Il valore per il movimento esperantista è doppio. Da un lato, un oggetto concreto e amichevole che parla la lingua: un ottimo ambasciatore nelle scuole e alle fiere. Dall'altro, un banco di prova reale per la qualità dell'Esperanto generato — che ci porta diritti al secondo progetto, perché un robot che parla bene ha bisogno di una grammatica solida da cui inferire.
I modelli conoscono l'Esperanto, ma in modo statistico: l'hanno «visto» nei dati, non l'hanno studiato. Per una lingua pianificata, regolare e ben documentata come la nostra, questo è un peccato — perché esiste una fonte autorevole e sistematica: la PMEG, la Plena Manlibro de Esperanta Gramatiko di Bertilo Wennergren.
Il progetto consiste nel convertire quella grammatica in Skills (Capitolo 6.3):
riorganizzare le regole — participi, accusativo, formazione delle parole, correlativi —
in pacchetti strutturati che il modello consulta e applica prima di rispondere. L'effetto
è di trasformare un'inferenza «a orecchio» in un'inferenza vincolata da
una grammatica esplicita: il modello continua a stimare la frase più probabile, ma dentro i
binari delle regole della PMEG. È lo stesso movimento del mio dtomes4-mcp, dove
Claude lavora «guidato» dentro un framework — qui il framework è la grammatica
della lingua.
Mettiamo insieme tutti i fili. Quello che abbiamo descritto non è teoria: è il modo in cui l'intero processo amministrativo di un'associazione può essere ricostruito attorno a un'unica struttura coerente.
Il framework DtoMes4 di cui ho parlato nel Capitolo 6 non è nato in un giorno. È il frutto di circa diciotto mesi di costruzione continua, poggiati su quarant'anni di programmazione. La vera scoperta di questo percorso non è stata tecnica, ma di metodo: aver trovato la giusta combinazione fra l'esperienza maturata in decenni e la programmazione guidata dall'AI. Da soli, né l'una né l'altra bastano. L'esperienza senza l'AI è lenta; l'AI senza esperienza è rapida ma cieca, e produce quegli errori plausibili di cui abbiamo parlato. Insieme — l'uomo che conosce il dominio e detta le regole, il modello che esegue dentro quei binari via MCP — il ritmo cambia del tutto.
La conseguenza pratica è che lo stesso impianto può reggere l'amministrazione di un'associazione come il CEM: l'anagrafica dei soci e il rinnovo delle quote, il protocollo e l'archivio dei documenti, l'organizzazione di eventi e congressi, la comunicazione verso i soci, la rendicontazione. Non una collezione di programmi scollegati, ma moduli di un solo framework, che condividono dati e convenzioni — e che si documentano da soli, perché la generazione della documentazione (MLPivot per chi sviluppa, MLPP per l'utente finale) è parte del processo, non un'aggiunta finale.
I termini chiave incontrati nel libro, in Esperanto e in italiano.
| Esperanto | Italiano | Inglese |
|---|---|---|
| artefarita inferenco | inferenza artificiale | artificial inference |
| artefarita neŭra reto | rete neurale artificiale | artificial neural network |
| perdo | perdita | loss |
| gradienta malsupreniro | discesa del gradiente | gradient descent |
| trajtoj | caratteristiche | features |
| pezoj | pesi | weights |
| halucino | allucinazione | hallucination |
| agento | agente | agent |
| instigo | richiesta / prompt | prompt |
| lertoj | abilità / skills | skills |
| vektora serĈo | ricerca vettoriale | vector search |
| kontrolata lernado | apprendimento supervisionato | supervised learning |
| nekontrolata lernado | apprendimento non supervisionato | unsupervised learning |
| plifortiga lernado | apprendimento per rinforzo | reinforcement learning |
| Internacia lingvo | lingua internazionale | international language |